
Vuoto fu il teatro di Delia quando Narciso vi entrò di notte; e dal lampadario delle fiamme si accesero per fargli vedere la propria riflessione che respirava fuori sincrono negli ornamenti cristallini.
Così parlò: «Ahimè, qual destino gravoso incombe unicamente sui belli! Non è forse la lor stessa ombra, nel cui riparo la gente si cela dal raggio mortale del sole; e, per gettarla, essi medesimi non rischiano di accecarsi? Sì come il talento dell’eccezionale serva piuttosto agli altri, che ad animare colui cui fu donato? E il saggio, non è forse colui che, sotto il peso della sapienza, s’avvicina a frangersi? Io, tapino, son pur condannato da tali doni, schiacciato dal grave fardello!»

Floriano Patermo (n. 2000) è un poeta, scrittore e teologo italo-tedesco, con formazione accademica a Lipsia, la cui opera si colloca fra un decadentismo barocco e una metafisica postmoderna. Nei suoi scritti costruisce una cosmologia letteraria in cui la bellezza fluisce dal vuoto verso l'esistenza, mediata dal canto delle Muse. Egli alterna italiano e tedesco, greco e ebraico antico per esplorare l'immortalità attraverso l'arte e per elaborare un’ontologia della bellezza, che per lui incarna l’onnipresente santità di Dio.

